Perché la sicurezza aziendale è ancora un tabù per molte imprese

Nel mondo del lavoro, la sicurezza aziendale dovrebbe rappresentare una priorità assoluta. Eppure, in tantissime realtà italiane, viene ancora percepita come un fastidio, un obbligo burocratico o un costo da ridurre. A parlare spesso sono convinzioni radicate, frasi fatte e giustificazioni che si ripetono da anni — come fossero verità assolute.

Questo articolo è una riflessione critica sui “10 comandamenti” che ostacolano ogni sforzo di costruzione di una vera cultura della sicurezza aziendale. Dietro ognuna di esse si nasconde un bias cognitivo, una trappola mentale che porta aziende e lavoratori a sottovalutare i rischi, ignorare la formazione, minimizzare gli obblighi.

Sfatiamo insieme questi falsi miti. Perché solo riconoscendoli possiamo superarli e migliorare la sicurezza aziendale.

1. “Abbiamo sempre fatto così”: il pericoloso mito dell’infallibilità

Questa frase è una trappola micidiale. Si fonda su una convinzione radicata, quella che l’esperienza passata garantisca sicurezza futura. Ma la realtà è un’altra: il fatto che “non sia mai successo niente” non significa che non possa accadere.

Questo tipo di ragionamento è un classico esempio di overconfidence, ovvero quella sicurezza eccessiva nelle proprie capacità e nel proprio metodo. È il nemico numero uno del cambiamento.

La sicurezza aziendale non può basarsi su ricordi o sensazioni, ma su dati, analisi dei rischi e formazione continua. Restare ancorati al passato significa ignorare i cambiamenti normativi, le evoluzioni tecnologiche e i nuovi pericoli.

2. “Ma quanto costano i corsi?”: Quando il prezzo offusca il valore

Chi formula questa domanda sta già spostando il focus dal valore alla spesa. I corsi sulla sicurezza non sono un costo, ma un investimento nella vita delle persone.

Se un corso viene vissuto come un mero adempimento formale, qualcosa da fare “perché obbligati”, si svuota completamente del suo significato. Si perde l’occasione di cambiare comportamenti, evitare errori, prevenire infortuni.

La sicurezza aziendale non ha prezzo. O meglio, il prezzo della sua assenza si paga con denaro, tempo, danni reputazionali e — nei casi peggiori — vite umane.

3. L’inganno della routine: “Ci basiamo sulla nostra esperienza”

Esperienza e routine non sono sinonimi di sicurezza. Anzi, possono diventare ciechi alle anomalie, incapaci di percepire situazioni nuove o potenzialmente pericolose.

La routine genera automatismi. Ma proprio in questi automatismi si annidano errori nascosti, gesti sbagliati diventati abitudine. Un’azione che “si è sempre fatta così” può diventare pericolosa proprio perché nessuno la mette più in discussione.

Per questo, aggiornare le competenze e osservare le attività con occhi critici è essenziale. La vera esperienza è quella che sa adattarsi, non quella che si adagia e che distrugge la sicurezza aziendale.

4. “Il tuo concorrente mi fa uno sconto del 20%”: La trappola dello sconto a tutti i costi

Questa non è un’argomentazione, è una mercificazione di un valore non negoziabile.

Quando un’azienda valuta un consulente solo in base al prezzo, sta implicitamente dicendo che la sua sicurezza vale meno. È una visione pericolosa, che riduce il ruolo del professionista a una voce di bilancio da tagliare, anziché riconoscerne la funzione strategica.

Il professionista della sicurezza aziendale non vende un prodotto, ma protegge persone, garantisce conformità, crea cultura. Chi cerca solo lo sconto, non ha ancora capito cosa sta acquistando.

5. “Devo rifare il corso? Guido il carrello da 20 anni!”: L’overconfidence che uccide

La formazione obbligatoria periodica viene spesso vissuta come inutile. “Sono vent’anni che lo faccio”, si sente dire. Ma l’esperienza non basta se non è aggiornata.

Le norme cambiano. Le macchine cambiano. I rischi si evolvono. E la mente umana dimentica, banalizza, automatizza. I corsi servono a resettare comportamenti sbagliati e a rafforzare quelli corretti per una migliore sicurezza aziendale.

Non è solo un obbligo di legge, è una seconda possibilità per evitare incidenti prima che accadano.

6. Consulenti a confronto: “Il mio consulente mi dice che non è così!”

Una frase che rivela uno dei problemi più grandi nel settore: l’assenza di coerenza e chiarezza tra i professionisti.

In Italia ci sono mille approcci, mille interpretazioni, mille consulenze diverse. Questo genera confusione, incertezza e — nei casi peggiori — disinteresse.

Il cliente finisce per scegliere la via più semplice, spesso la meno onerosa, non la più corretta. È responsabilità di tutti i consulenti promuovere un linguaggio comune, etico, chiaro. Solo così si può ricostruire fiducia e una sicurezza aziendale solida.

7. “È tutta carta inutile”: Il disprezzo per la Documentazione

Un grande classico. In un Paese iper-burocratizzato, la documentazione sulla sicurezza aziendale è spesso vista come una perdita di tempo. Ma non è così.

Registrazioni, report, DVR, piani formativi: tutti questi documenti non servono solo a “fare bella figura” in caso di controllo, ma a tracciare una strategia di prevenzione concreta.

Quando serve dimostrare che si è fatto il possibile per tutelare i lavoratori, la carta non è più inutile, ma fondamentale per tutelare anche l’azienda.

8. “Quest’anno abbiamo già speso troppo e non abbiamo budget”: Quando la sicurezza non è priorità

Spesso la vera ragione dietro alla mancata formazione, ai DPI obsoleti o alla mancanza di consulenze è questa: non ci sono soldi.

Ma la verità è che non è mai una questione di soldi. È una questione di priorità. Nessuna azienda ha un “fondo sicurezza aziendale” già pronto: va creato, pianificato, difeso.

La sicurezza non è un extra. È una funzione vitale dell’impresa. Non inserirla nel budget è come guidare senza freni per risparmiare sulle pastiglie.

9. “In Italia ci sono troppe leggi!”: L’alibi della complessità

È vero: il sistema legislativo italiano in materia di sicurezza è complesso, pieno di articoli, aggiornamenti, rimandi. Ma non può diventare una scusa per non agire.

La legge è una protezione, non un nemico. Se ti sembra troppo complicata, affidati a chi la conosce, non ignorarla. La complessità non giustifica l’inerzia. Giustifica, semmai, l’esigenza di professionisti competenti.

La sicurezza aziendale non è mai facoltativa. È un dovere.

10. “Ci sono aziende che non fanno nulla e non vengono punite.”: Il pericolo del Confirmation Bias

Vero. Ma è questa la giustificazione per abbassare la guardia?

Questo è il confirmation bias all’opera: la tendenza della mente a cercare esempi che confermino ciò in cui crediamo. E ignorare tutto il resto. Se crediamo che “non serva a nulla fare le cose per bene”, vedremo solo esempi che lo confermano.

Ma la realtà è ben diversa. La sicurezza aziendale salva vite anche se non fa notizia. E chi oggi “scampa” al controllo, domani potrebbe pagarla molto cara.

Conclusione: Cambiare cultura, in modo definitivo

La sicurezza aziendale non è una pratica da aggiornare ogni cinque anni. È un atteggiamento mentale, una cultura da coltivare ogni giorno.

Non possiamo permetterci di ragionare ancora per frasi fatte, scuse o alibi. Ogni “comandamento sbagliato” è una porta aperta all’incidente, all’omissione, al dramma.

Cambiare si può. Ma serve coraggio, formazione, chiarezza. E serve mettersi in discussione, sempre. Solo allora potremo dire che la nostra azienda è davvero sicura. Non per legge, ma per scelta.

Dott. Stefano Scanavino

Barbara Racca, SEO Specialist

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